Smisurata Preghiera – di Fabrizio De André

deandreQuando parliamo di Faber ci addentriamo in uno dei mondi più umani e raffinati della filosofia e della poesia del XX secolo, entrambe fondate sulla musica e condite da una spregiudicata spiritualità ed una disinibita capacità di comprendere il mondo che spazia dalle piccolezze individuali fino a scomodare un Dio di sconosciuta altezza, davanti al quale non si deve dare per scontata la necessità di inchinarsi (da Il Giudice). De André non china il capo di fronte ai poteri, di fronte ai padroni, ai totalitatismi, fossero anche di tipo etico o religioso, motivo per cui si trova a dedicare un intero album (La Buona Novella) all’interpretazione dei Vangeli apocrifi, offrendo una visione per nulla rarefatta ma zeppa di polvere, sangue, sudore, ed umana compassione, di amore e perdono imparato sotto la Croce di un Cristo Uomo.

Nel Recitativo finale di “Tutti Morimmo a Stento”, il Maestro ricorda il più alto dei valori chiudendo così la sua invocazione: “Uomini, poiché all’ultimo minuto non vi assalga il rimorso ormai tardivo per non aver pietà giammai avuto e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia”. Si tratta di quella stessa morte che per Fabrizio non è uno spauracchio o una minaccia, ma semplicemente la cartina al tornasole della vita, il suo opposto, il luogo del riposo dove emergono le piccole individualità di una rinnovata Antologia di Spoon River, elevando ciascuna di esse ad una condizione universale.
De André viaggia, per sua stessa definizione “in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione, e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi per consegnare alla morte una goccia di splendore,
di umanità, di verità”. (da Smisurata Preghiera). Non è importante se questa verità si sveli dietro il fumo di una sigaretta, nell’ebbrezza dell’alcol, tra carni sudate o petali di femminilità da baciare oltre qualsiasi apparenza scabrosa… Si tratta di una verità intelligente, tagliente, tiepida nella sua voce di velluto, timida come lo sguardo di una prostituta con gli occhi color di foglia che possiedono lo stesso pudore di quelli di una Vergine Maria abbandonata al Tempio da una società maschilista.
Quello che conta è guardare in faccia la realtà come un oltreuomo (Übermensch) nietzschiano che osserva il divenire dell’eterno ritorno con lo sguardo disicantato ma allo stesso tempo con la volontà di potenza (Wille zur Macht) che lo rende capace di constatare la disperazione della condizione umana senza per questo rinunciare, nella visione di De André, ad un miraggio di trascendenza che promette un’umanissima immortalità lasciando dietro di sé qualche gemma di lucida verità, pura trasparenza al confronto del vomito di impotente disperazione che lasciano i diversi, gli esuli, i rinnegati come lo stesso Faber, ma, a differenza sua, incapaci di tradurre il letame in fiori, come nei versi del noto brano “Via del Campo”.
La maggioranza viene vista come una malattia, una narcosi collettiva che segue le leggi del branco e cade vittima di un’anestesia che la colloca sul Belvedere delle torri, al di sopra delle parole celebrative del nulla, per usare la definizione del Maestro che fece della ricerca semantica l’arma più significativa per contrastare il vuoto.
Faber si sente un “Amico Fragile”, titolo di una delle sue canzoni più amate ed autobiografiche, reso tale dal suo non appartenere ad un canone, dal sentire incompreso il suo essere che in fondo lo ha reso un guerriero della parola, un gladiatore dell’anticonformismo, un professore dell’arte di apprendere, tra euforia e depressione, ogni lezione che la vita nasconde tra gli sguardi degli uomini, o forse sotto quelli di un Dio.

Sara Albanese

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